Sono una modesta, modestissima lettrice degli scritti valtortiani. Li ho letti tutti. Anche i bollettini li ho letti tutti. Adesso sto rileggendo i dieci volumi. Quando mi sento un po’ così così, prendo in mano uno di questi volumi che è la miglior medicina. Se tutti conoscessero quest’Opera! E adesso lasciatemi dire il mio parere circa la mamma di Maria Valtorta, la signora Iside, che a me fa tanta tenerezza. Perché non trovare qualcuno che sappia capire la complessa personalità di questa donna, che a conti fatti è stata quella che ci ha dato una tal figlia?
Togliete, se vi è possibile, nelle vostre prossime ristampe ogni termine men che rispettoso riguardo a lei. È pur sempre la mamma e se certe cose si possono dire è meglio però non scriverle: “Un bel tacere non fu mai scritto”. Io non sono una santa e non sono neanche mamma. Non sono sposata. Ma penso che tutte le mamme hanno più o meno qualcosa che non va. Sono donne e forse la signora Iside ha avuto un marito troppo permissivo. Io direi molle. Ma chiudiamo l’argomento.
Lettera firmata
L’argomento, invece, merita di essere trattato.
La mamma di Maria Valtorta era una donna stramba, a dir poco, dalla personalità sconcertante. Rigorosa fino alla irrazionalità con la sua unica figlia, colpevole di non essere nata maschio (a volte le veniva di chiamarla Mario anziché Maria), era severa anche con il marito, il quale amava teneramente la figlia e non sapeva opporsi, pur essendo un militare di carriera, alle angherie della moglie. (Come è azzeccato quel “molle”, cara lettrice!). Certi eccessi della terribile signora Iside si tingevano di crudeltà. Eppure quella donna non era incapace di buoni sentimenti. Raccoglieva il primo dentino della figlioletta e la sua prima ciocca di capellucci per conservarli con una noticina, così come annotava nome e data, con precisa grafìa, dietro le foto di Maria in tenera età e da grandicella. E poi amava l’ordine, cucinava con raffinatezza, scrivendo su un taccuino ricette e menu dei pranzi con ospiti, e ci teneva all’eleganza non solo per sé. La immaginiamo ferma sui princìpi morali anche se non nutriva sentimenti religiosi. Una personalità da scandagliare, se qualcuno ne fosse capace.
A parte certi dettagli appresi da altra fonte, possiamo dire che si viene a conoscere la signora Iside solo attraverso gli scritti della figlia, cominciando dalla Autobiografia. Maria Valtorta parla di lei diffusamente, giacché era sua madre, e ne parla con verità, perché scriveva per obbedire al direttore spirituale, al quale aveva promesso di essere spietatamente sincera su se stessa e sugli altri. Un impegno, questo, che ha contagiato fin dall’inizio il suo editore, il quale pubblica i suoi scritti fedelmente e integralmente.
Dice bene la nostra lettrice quando richiama al rispetto di una mamma “che ci ha dato una tal figlia”. Il rispetto è dovuto a tutte le mamme, a tutti gli esseri umani. Ma anche la verità va rispettata. Essa è spesso rivelatrice di altre verità. Iside Fioravanzi ci ha dato Maria Valtorta non per averla messa al mondo, ma per averla quasi rifiutata fin dall’inizio (acuendo la sua sete di affetti: Avrei preferito andarle in grembo come tutti i bimbi con la mamma), per averle imposto il “dovere” senza indulgenze, per averla strappatta dagli affetti familiari e mandata in collegio (che divenne il suo “nido di pace” dove poter accogliere la voce del Signore), per avere infranto il suo sogno di sposarsi e di avere figli, per aver commesso tante altre azioni ingiuste e ingiustificate che però fruttificarono nel modo che sappiamo. Di certo non avremmo avuto Maria Valtorta, quale è stata, grazie alla “mollezza” del padre, il più buono e remissivo degli uomini. È forse un’istigazione alle malvagità? No, è la constatazione che Dio sa trarre un bene dal male e che possiamo scoprirlo se non nascondiamo a noi stessi la cruda realtà.
Ma c’è di più. Maria Valtorta, vessata continuamente dalla madre, amò la madre in modo sovrumano. Andiamo pure a rileggere sull’Autobiografia le espressioni di amore e di perdono (ricavabili attraverso l’indice analitico, alla voce “Fioravanzi Iside”) per una siffatta madre, ubbidita, rispettata, servita, curata, onorata dalla figlia fino alla morte di lei. Pochi mesi prima di perderla, Maria Valtorta scriveva, rievocando la propria infanzia: Andavo dunque all’asilo molto volentieri... meno il primo giorno però, perché nonostante i suoi paurosi “guai!” io amavo intensamente ed amo mia mamma e sono sempre stata una mendica alla porta del suo cuore in attesa di carezze... Perciò il primo giorno, quando la dovetti lasciare, feci... il diavolo a quattro.
Quali furono i sentimenti della figlia alla morte e dopo la morte della madre? Non di liberazione (come si potrebbe pensare) ma di vero dolore, peraltro rivissuto ad ogni anniversario, e di ansia tutta cristiana, nutrita di preghiere e di sacrifici, per la salvezza eterna di lei. Lo apprendiamo dai tre volumi dei “Quaderni”, che raccolgono una miscellanea di scritti dal 1943 al 1950. La loro nuova edizione, di cui abbiamo dato notizia in seconda pagina, è corredata di un indice tematico che è utile per ogni ricerca.
È normale, anzi è naturale, che una figlia ami la propria madre. Ma che una figlia ami “intensamente” una cattiva madre non è normale: è eroico. Le virtù cristiane praticate in grado eroico sono, per la Chiesa, la base di valutazione della santità. I lettori valtortiani le riconoscono in Maria Valtorta e premono perché abbiano il riconoscimento della Chiesa. Ebbene, il carattere e le azioni di sua madre dànno la misura eroica della capacità di amare in Maria Valtorta almeno nei rapporti umani. Non sarà forse questo il più grande merito della signora Iside?
(dall’Autobiografia)
[...] Mia mamma invece era sempre in casa… Già sofferente di fegato, era come la grande maggioranza dei malati di fegato… Insegnante, prima delle nozze, era rimasta l’insegnante con tutto quanto questa professione ha di disciplina, di autoritarietà, di pedanteria. Donna perfetta per tutto quanto era dovere di moglie e di donna di casa, e anche di donna di società, non addolciva la sua perfezione nel dovere con quella dolcezza nell’amore che rende così piacevole il convivere. Era ed è: il dovere.
Credo che tutti quanti hanno avuto da lei del bene, perché del bene ne ha certo fatto — suo marito, io, sua madre, il fratello rimastole, i cognati, i dipendenti, gli amici — avrebbero preferito ricevere da lei molto meno di tutto quanto essa ha dato loro per dovere, ma di averlo ricevuto con l’addizionale di un poco di amorosa indulgenza. Invece l’indulgenza e lei sono due termini inconciliabili, due nemici perpetui. Credo che ella creda di diminuirsi amando ed essendo indulgente, voglio dire amando apertamente senza tormentarsi e tormentare col mettere degli odiosi e respingenti bavagli alla sua carità di figlia, di madre, di sposa, di parente, di amica, di padrona. A un tal carattere aggiunga Lei l’irascibilità del male epatico, allora molto serio, e calcoli l’entità esatta di quel che fosse il sistema di mia madre con tutti. [...]
(da I quaderni del 1944)
[...] Non piangere, mia piccola voce, mia piccola sposa. Tua madre sta meglio di tanti, nonostante non mi abbia saputo vedere qual sono: Misericordia operante, Amore e non Giustizia, Amore che per essere Assolutore totale chiede unicamente amore e fiducia. Il mio e il tuo amore hanno messo il giusto peso al peso di amore necessario all’anima di tua madre per riscattare se stessa. È un tesoro, sai, l’amore? Tutto compra, tutto libera, tutto redime. [...]
E a te dico: “Io ti aprirò le porte e con te alla madre e al padre”. Puoi credere questo? Puoi credere che il mio amore ti può far questo? Tu prega e ama. Non sei sola. Io sono con te e chi ora ti ama, in verità e in bene, ti è presso. […]»





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