L’evocazione o la descrizione di numerosi luoghi della Palestina, conosciuti nel 1944 solo da qualche raro erudito, furono una delle sorprese dell’eminente specialista Padre François Paul Dreyfus. Eccone alcuni dati:
Jotapata [315.1], attuale Tel Yodefat, è perfettamente localizzata e descritta dalla Valtorta, mentre il luogo è stato riscoperto dagli archeologi solo negli anni 1992-1994.
Magdalgad, piccolo paese sulla collina [220.1], è menzionato una sola volta nella Bibbia (Giosuè 15, 37). All’epoca della Valtorta l’ubicazione era ancora controversa. Identificata ora con la moderna Al-Majdal, a circa km. 4,8 a nord-est di Ascalona (in perfetta conformità con la descrizione valtortiana), il luogo è oggi inserito nel sobborgo di Ascalona.
Lesendam. Laishem Dan, la città di Laïsh, appare sotto questo nome una sola volta nella Bibbia (Giosuè 19,47). La Valtorta rievoca il passaggio di Gesù nelle vicinanze [330.5 e 331.8]. Tuttavia la riscoperta dell’antica città di Tel Dan (Tell el-Qadi), attuale nome dell’antica Laïsh, non ebbe luogo che nel 1966 grazie agli scavi israeliani.
Rohob. Antica capitale del regno aramaico, la città fu ostile a David. La Bibbia (Giudici 18,28) la situa nella regione di Laïsh, ma la posizione esatta resta ancora oggi sconosciuta. Alcuni congetturano che essa sarebbe l’attuale Hunin, ad una decina di chilometri a ovest di Banias, il che ben corrisponde al contesto valtortiano [330.5]: “Io pascolo tra Rohob e Lesemdan, proprio sulla strada che è di confine fra qui e Neftali”.
Doco. Ecco una città oggi totalmente scomparsa e dimenticata. Eppure la Valtorta la menziona una quindicina di volte nella sua opera come luogo di passaggio o di incontro per chi costeggia il Giordano da nord a sud, attraversa la Giudea da Betel a Gerico, o va verso la Decapoli venendo da Gerusalemme. Si tratta senza alcun dubbio di Aïm Duk, situata ai piedi nord-est del Jebel Karantal. C’era lì, ai tempi di Gesù, una fortezza chiamata Docus dai romani. Fu lì che Simone Maccabeo fu invitato ad un banchetto dal genero Tolomeo e fu trucidato nel 135 a.C. (1 Maccabei 16, 11-17).
Ramot. Ramoth en Galaad o Ramoth Gileat era, con Betser e Golan, una delle tre città di rifugio della Transgiordania date ai Leviti. Numerose volte menzionata nella Bibbia, l’ubicazione esatta di questa città è sempre stata discussa. Sono stati proposti tre siti principali: Tell er-Rumeith che fu scavata nel 1960 e comprende delle vestigia dell’Età del Ferro. Tuttavia alcuni pensano che il sito era troppo piccolo per corrispondere alla descrizione biblica. Tell el-Husn è un’altra possibilità, ma un cimitero mussulmano postovi sopra impedisce ogni scavo. La terza candidata è Ar-Ramtha, ma anche là, la città moderna sortavi sopra rende impossibili gli scavi. Nell’opera valtortiana Gesù con i suoi, venendo da Gerico e recandosi a Gerasa, fa tappa a Ramoth. Un mercante che li accompagna dice a Maria: “Vedi, o Donna, quel paese? È Ramot. Là ci fermeremo...” [286.2]. Con la descrizione e uno schizzo manoscritto [287.1] la Valtorta situa Ramot nel luogo dell’attuale Es Salt, esattamente a metà percorso tra Gerico e Gerasa, tagliando questo percorso in due lunghe tappe di 33 km ciascuna. Ed è ancora più notevole quando si scopre che Es Salt è riconosciuta oggi dagli archeologi come il luogo più probabile per Ramot!
Sarebbe sicuramente possibile moltiplicare tali esempi, ma gli argomenti “sorprendenti” in quest’opera sono ancora così tanti che è necessario fermarsi. Segnaliamo solo che Maria Valtorta menziona con il loro nome più di 300 località, monti, fiumi, regioni e altri dati geografici, e li localizza con esattezza, il che è già notevole. Bisognerà consacrare un’opera voluminosa per poterne offrire un’analisi completa.
Vorrei solo richiamare l’attenzione su un fatto ancora più inaspettato. Uno studio più approfondito sul testo dell’opera valtortiana permette di identificare numerosi altri luoghi senza storia e dei quali la Valtorta non conosce nemmeno il nome. Questi luoghi, sconosciuti dalle enciclopedie bibliche per il semplice fatto del loro anonimato, non possono dunque apparire nelle ricerche basate su una semplice indicizzazione del testo. Ora le descrizioni di questi luoghi anonimi si rivelano assolutamente esatte ogni volta che le nostre conoscenze attuali permettono di identificarli, sia che si tratti di corsi d’acqua, o di strade romane, o di monti, o delle più umili colline, o dei più modesti villaggi. Spesso la Valtorta, quando prova qualche difficoltà nel trovare le parole per descrivere ciò che “vede”, aggiunge uno schizzo sul suo manoscritto. Tali disegni, benché tecnicamente molto maldestri, sono tuttavia preziosi per perfezionare certe descrizioni.
Maria Valtorta raggiunge anche un grado tale di precisione e di esattezza che io personalmente non ho mai riscontrato nei numerosi autori di racconti di viaggi in Terra Santa, da me consultati durante questo studio. Potrei fornirne molti esempi, ma per esigenze di spazio posso darne uno solo.
Nella primavera del secondo anno, Gesù con i suoi va in pellegrinaggio al Tempio per l’esame della maggiore età di Margziam e per la festa di Pasqua. Si avvicinano a Betel, venendo da Sichem: “... una nuova salita molto ripida... Giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, già distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco...” [194.2]. Gesù dice allora a Margziam: “Vedi quel punto d’oro? È la Casa del Signore. Là tu giurerai di ubbidire alla Legge”. Sapendo che sono a 25 km da Gerusalemme, questa osservazione di Gesù potrebbe sorprenderci.
Ora, secondo i racconti dei pellegrini dei secoli passati, Gerusalemme (e dunque il Tempio) era visibile da molto lontano per chi veniva dal nord. Ma la testimonianza di Léonie de Bazelaire (Chevauchée en Palestine, 1899, p. 93) non lascia spazio al dubbio. Infatti, venendo da Nablus, essa dice di scorgere Gerusalemme “massa biancastra in lontananza” da una collina che precede Betel, in esatta conformità con la descrizione dataci dalla Valtorta.
Gli esempi, che si possono moltiplicare, permettono di comprendere ciò che disse Gesù a Maria Valtorta: “Giorni or sono dicesti che muori col desiderio inappagato di vedere i Luoghi Santi. Tu li vedi, e come erano quando Io li santificavo con la mia presenza. Ora, dopo venti secoli di profanazioni venute da odio o da amore, non sono più come erano. Perciò pensa che tu li vedi e chi va in Palestina non li vede” (I quaderni del 1944, 3 marzo).
Il lettore attento avrà notato che le descrizioni sono molto minuziose nei primi volumi e più contenute negli ultimi volumi, in conformità con le parole di Gesù alla scrittrice [297.5]: “Ti autorizzo ad omettere le descrizioni dei luoghi. Tanto abbiamo dato per i ricercatori curiosi. E saranno sempre ‘ricercatori curiosi’. Nulla più. Ora basta. La forza fugge. Serbala per la parola. Con lo stesso animo col quale constatavo l’inutilità di tante mie fatiche, constato l’inutilità di tante tue fatiche. Perciò ti dico: serbati solo per la parola”.
Non c’è dubbio che l’opera di Maria Valtorta possa perfino essere l’origine di nuove scoperte archeologiche, quando gli specialisti in questo ambito avranno più pienamente preso coscienza della pertinenza e della ricchezza delle sue descrizioni.
Jean-François Lavère
tradotto da Claudia Vecchiarelli
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